Questo blog «Colpo di scena» (a cura di Francesca De Sanctis), ospiterà tra i vari post, anche recensioni di testi inediti scritti per il teatro (i copioni vanno inviati a fdesanctis@unita.it: CLICCA QUI).
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Scrivere per il teatro e nello stesso tempo dire no all’«invisibilità». Inventare senza dover combattere contro chi vorrebbe pièce con non più di 3-4 personaggi. Essere autori e - quando va bene - non dover firmare pure la regia dei propri testi. Stare dentro i cartelloni degli Stabili, e magari aprire la stagioni. Creare, sapendo di poterlo fare liberamente...
Sogni e difficoltà dei drammaturghi italiani contemporanei, vecchi e giovani, che per tre giorni al Teatro Valle Occupato si sono incontrati, hanno organizzato workshop, seminari, tavole rotonde e spettacoli. Dove sta andando la drammaturgia/e teatrale/i? E soprattutto cos’è che manca? Esiste una strategia futura?
A partire da queste domande negli ultimi mesi gli autori di teatro hanno cominciato a confrontarsi, a dialogare fra loro e anche a conoscersi di persona, fino ad elaborare un documento presentato nel corso di un’assemblea pubblica a conclusione dei tre giorni di programmazione dedicati alla drammaturgia. Una bozza, per ora, per la nascita di un Istituto/Centro/Casa della drammaturgia contemporanea italiana (il nome è ancora da definire...).
Eh sì, perché l’Italia, al contrario di tanti altri Paesi europei, non ha un vero Centro nazionale dedicato alla drammaturgia (una volta c’era l’Idi, l’Istituto dramma italiano, soppresso dopo 50 anni di attività) che promuova e valorizzi i drammaturghi contemporanei, anche se ci sono altre strutture (per esempio Outis, il Teatro delle Donne e anche il sito dramma.it di Marcello Isidori) che operano da tempo in questa direzione. Ecco allora il documento, firmato per ora da 113 autori, fra i quali Alberto Bassetti, Enrico Bernard, Antonia Brancati, Roberto Cavosi, Gianni Clementi, Luca De Bei, Maria Inversi, Giuseppe Manfridi, Renato Sarti, Daniele Timpano, Maria Letizia Compatangelo e Angelo Longoni. Da questi ultimi due è partita l’idea di stendere il documento, pieno di utopie. Senza dubbio legittime, che tuttavia richiederanno ancora tanti aggiustamenti, come è emerso dall’assemblea, piuttosto accesa nei toni. Alcuni punti della bozza, infatti, collidono con quelli dello Statuto presentato dagli occupanti per una Fondazione Teatro Valle Bene Comune e la presenza di alcuni ospiti in assemblea (Willer Bordon, Antonio Caldenda, Gino Iannucci della Siae) avrebbe fatto storcere il naso anche a qualche autore, tanto che ieri si vociferava di una possibile spaccatura del gruppo.
«La nascita di questo centro passa per il Valle ma va oltre il Valle» chiariscono i drammaturghi, che dunque fanno intendere che la sede potrebbe non essere il Teatro occupato (in uno dei punti dello Statuto si parlava di «vocazione drammaturgica» del Valle).
«L’occupazione ci è sembrato un gesto forte e importante - dice Longoni - e pensiamo che sia indispensabile allargare il concetto di Bene Comune alle persone che con la loro creatività narrano il presente». E fin qui tutti d’accordo. Quale funzione deve avere il Centro? «Promozione e tutela del patrimonio drammaturgico». Anche perché, precisa Maria Letiza Compatangelo, «la scrittura teatrale è una professione altamente specializzata e, in quanto tale, richiede una formazione che si potrebbe definire a giusto titolo permanente». Tra i punti elencati nel documento: la catalogazione di testi e video (l’Istituto dovrebbe essere un grande archivio «vivo»); la promozione in Italia e all’estero; la formazione dei giovani e del pubblico... Tutte questioni ancora aperte, prima fra tutte la scelta della forma giuridica (ente pubblico?) , dove e come reperire i finanziamenti e quali rapporti avere con le istituzioni, con la Siae, con gli Stabili. «Ente pubblico? Rapporti con le istituzioni? Sono cose palesemente in contraddizione col nostro Statuto» ci tengono a precisare gli occupanti... Dunque? I toni si scalando, anche quando si parla di stage e seminari e l’intervento di Antonio Calenda, unico direttore di uno Stabile (Friuli-Venezia Giuli) ad aver partecipato all’assemblea, diventa lo spunto per sfogare la rabbia («Cosa hai fatto tu per il teatro Italiano?» chiedono gli occupanti). Il discorso andrà avanti, ma la sensazione è che qualcosa si sia spezzato.